Report 39° Trofeo “Terzo Darsena” Anzio (Per obbedir a Loga ovvero Lo zampino di Stipcevich)

anzio-beach

Stavolta niente levataccia, la gara è a due passi da casa, e non devo neanche studiarmi la strada o dannarmi per trovare l’impianto. Conosco Anzio da sempre, in pratica gioco nel mio giardino. Arrivo comunque presto, poco prima dei ragazzi dell’organizzazione. Mi dicono che la partenza sarà posticipata alle 10:30, gli inevitabili disguidi. Non ho fretta, oggi più che mai, niente scatti, niente virate, niente riscaldamenti in tonnara. Oggi ragiono da podista: gestione della fatica, passo lento e costante, niente colpi di testa. Oggi sperimento, oggi salto veramente nel buio, mai fatto preparazione specifica per il mezzofondo. Sono eccitato, a breve leggerò altro di me ancora inedito, niente più ipotesi, saprò se ’sto miglio marino è mio o no.
C’è meno folla rispetto le gare in vasca, davvero pochi anche considerando che oltre ai master ci sono anche gli assoluti e i bambini. Faccio la conoscenza di Claudio, M50 patito del fondo e non ama troppo la vasca, è qui “solo” per riscaldarsi, di pomeriggio si spara la 5km Anzio-Nettuno. Vedo Claudio e reprimo a fatica la voglia di applaudire, il confine tra sincerità e piaggeria è difficile da interpretare, specie per chi non mi conosce. Prendo nota mentalmente “Diventare simile a Claudio-entro i prossimi 10 anni-anche prima magari”.
Mentre aggiorno la lista delle priorità a lungo termine vedo arrivare Jekyll77

- Ma che stamo affà qua???
- Follia Jek, tutta colpa di Ciuco… vabbè un po’ pure nostra :)))

Facciamo la fila per l’iscrizione e per il numero scritto sulle spalle. Niubbissimi di acque libere ci scambiamo le ovvie perplessità del caso e progettiamo un’articolata tattica di gara: “Annàmo piano e tiràmo a fini sani e salvi!”
La fine dissertazione è interrotta da una voce che chiama.

- ERRI, ERRI… oh ciao Fabio, cercavo Erri del NG
- Eccolo, è lui!

Do’ un volto al leggendario Luca Stipcevich, un torrente di entusiasmo, una persona che definire ‘alla mano/amichevole  è riduttivo e irrispettoso. Luca ti tratta come un amico d’infanzia che non ti vede da 3 giorni

- Oh ragazzi, vi presento ’sto ragazzo del NG! Grande, ErriSceridan!!! Ahahah ERRI SCERIDAN sicuro!!
- Ehm Luca, sarebbe Hari Seldon, sai Asimov, i romanzi di fantascienza… pronunciato come lo scrivi… Maurizio, sono Maurizio!!
- Oh ma certo, ma sì :))))… ho letto ‘I Robot’ quando mi ero fatto male anni fa… [] … allora ’sta gara la dovresti affrontare così ma c’è anche il discorso…[]… mo’ ti fai questa e poi a Sabaudia, perchè la fai Sabaudia eh DAI EH!!!… []…

Ritrovo un vecchio amico che non sapevo di avere. Tra le mille cose di cui parliamo c’è anche una mezza promessa di entrare nella sua società sportiva: la situazione dalle mie parti è ancora da definire e l’unica cosa certa per la prossima stagione è che io continuo a gareggiare.

39-TerzoDarsena 2009red

E’ l’ora, si va alla partenza posta a cinquecento metri dall’arrivo: il percorso è un grosso rettangolo, il suo perimetro è in pratica un miglio marino (1853m). Ci sono quattro grosse boe che ne individuano i vertici e due boe più piccole (direzionali) che segnano i punti medi dei due lati più lunghi. Il criterio è lasciarsi sempre a destra le boe grosse, pena la squalifica. Chiaro e semplice.
Fanno partire prima gli assoluti, giustamente. Al segnale di via schizzano via come se facessero un 100 SL, con Jekyll ci guardiamo tra il perplesso e lo spaventato. Scrollata di spalle, aggiustata agli occhialini e pronti per la partenza dei master… VIA!!!
Come nelle gare podistiche la correttezza vuole che i più lenti partano dopo i top, quelli che sono lì per i primi posti. Dalla seconda linea vedo la stessa foga ammirata negli assoluti.
A due secondi dallo start mi tuffo anch’io, l’acqua è freddina e torbida per la sabbia. Trovo subito il mio ritmo: bracciate lunghe e rilassate, lo scopo è scivolare, sentire l’acqua. Poche battute di gambe, si sta a galla facilmente, pare quasi di nuotare col pull-buoy. Io adoro nuotare col pull-buoy… m’impongo di restare freddo, di frenare l’entusiasmo, non è ancora il momento di scomposti balli di gioia per il nuovo mondo appena scoperto, per l’Hari che non sapeva di amare così il nuoto in mare, NO! E’ presto, devo avere pazienza, il via era pochi minuti fa, devo essere razionale e badare a quello che sto facendo.
Alzo la testa, il gruppo è già più lontano. Accidenti, vabbè che sto andando rilassato, ma non sto facendo nuoto libero, sto comunque spingendo. Realizzo che sono caduto nell’errore tipico del niubbo marino: nuoto senza “scarrocciare” cioè  mi sposto puntando la prima boa media e la corrente mi spinge verso i frangiflutti facendomi allargare la traiettoria. Da questo momento in poi è tutto un zigzagare, dovevo tenerne conto si da subito. Ma continuo a nuotare senza rimproverarmi come in passato, mi sto divertendo troppo, non ho mai nuotato così fluido e sciolto. Le braccia eseguono  gli ordini prima ancora che siano impartiti, i deltoidi non sono tesi al limite come in vasca eppure sono più efficaci, più forti. La bocca sente il salmastro, penso a quel cocktail, quello col sale sul bordo del bicchiere, come si chiamava? Ma chi se ne frega, alzo la testa, uff ancora troppo verso la spiaggia, modifichiamo ’st’angolo: punto a ore due per andare a zero sennò mi ritrovo a prendere il sole sullo sdraio. Arriva un gommone d’appoggio, una signora mi grida che sto andando troppo fuori, lo so già ma ti voglio bene lo stesso perchè mi stai aiutando. Intanto la bracciata è sempre lì, bella e ben nutrita, tonica e soda, e neanche un accenno di fiato corto. Che figata nuotare in mare, in piscina starei ancora nuotando ma più ridimensionato. Ho quasi la tentazione di fare lo sborone nell’intimo, di definire ‘poderosa’ la mia nuotata. Adesso sono riallineato con la prima grande boa di vertice, il gruppone l’ho perso, pago l’errore di non averlo seguito da subito. Non c’è problema, alla prossima gara in mare si rimedia. Non so se finisco questa e già penso alla prossima, ed è subito dipendenza. Sento mentalmente lo Stipcevich che dice “Lo sapevo ERRI!”, reprimo una risata e vado a rana per studiare la prossima correzione. Prevedo tante correzioni, e realizzo che il divertimento è anche quello. Lo amo ’sto sport.
La seconda boa è a circa 50m dalla prima, ci arrivo allegrotto a rana, un terzo dell’opera è in tasca e il fiatone è ancora un ricordo da vasca. Adesso punto alla terza boa di vertice, il riferimento è la boa piccola di mezzo, mi allargo verso Ovest per compensare la corrente. La nuotata è ancora divertita e briosa, fisicamente va tutto bene, ho anche fatto amicizia con le onde appena accennate, le respirazioni sono regolari e precise. Temevo le pause da bevuta e sbagliavo. Sono a metà del percorso, il gruppone ormai non lo vedo più, e comunque non faccio molto per individuarlo, il mio scopo era capire cosa può farmi una nuotata così lunga.
Fa capolino un problema, il più ovvio e il meno considerato: gli occhialini. Mai tenuti addosso per così tempo senza toglierli. In piscina ci sono i recuperi, capisco che non servono solo per riprendere fiato, quei secondi preziosissimi servono anche per alleggerire la pressione sulle orbite. Inizialmente si presenta come un fastidio, arrivato nei pressi della quarta boa di vertice, il disagio è diventato molto simile a una cefalea. Più vado avanti e più diventa forte la voglia di strapparli e gettarli via, ma poi avrei problemi a trovare la direzione. Senza occhialini posso farmi il bagno a mare con la comitiva, posso giocare a pallavolo dove si tocca e le altre cose da spiaggia. Ma nuotare quelle distanze, TZK assurdo. Mi ordino di non frignare, un po’ di pressione dolorosa in faccia non uccide nessuno. E poi manca mezzo kilometro, il più è in sostanza fatto. Ricorro a un vecchio trucco orientale per cercare di controllare il dolore: gli do degli attributi, dei caratteri, vederlo come un oggetto da contemplare. Quest’analisi dovrebbe distrarmi dal disagio. Inizio con i più semplici, i colori. Il mio dolore è verde, non so perchè ma è verde. Kalì direbbe prontamente che è il colore della rana, stramaledico il dorsista ;) e proseguo. A ogni correzione di rotta trovo nuove caratteristiche  del dolore, è curvilineo, senza discontinuità, come la bracciata che ormai mi rende orgoglioso come non mai.
Non posso dire che questa tecnica funzioni sempre, rendere oggetto una sensazione è assurdo, ma con me sta funzionando e non è certo questo il momento per discettare di psicologia.
Il disagio è sempre lì, ma da un po’ ha perso lo scettro del comando, adesso è meno forte il proposito di schiacciare gli occhialini sotto le ruote della macchina una volta arrivato.
Ci siamo, sono a vista della prima grande boa, da una barca appoggio m’indica l’arrivo, un grosso cartellone snobbato dalla mia miopia, benedettissimi ragazzi e ragazze dell’organizzazione. Eseguo il mio standard di sprint e passo i pali del traguardo.
Mi alzo in piedi, tolgo gli occhialini e la simulazione di cefalea si vaporizza. Gioisco per la piccolissima impresa compiuta e ancor più per una paradossale delusione: non sono stanco, un po’ di sete ma niente di più. Certamente più sentito e “patito” uno scarico di 1800m in piscina.
Faccio una corsetta per dire a Luca che il mezzofondo ha un nuovo appassionato cultore della materia.

- AAAH Bene, benissimo… allora a Sabaudia sono 2600m, ma andrai benissimo lo stesso perchè… []… mo mi ricordo di quella volta che… []… Uè ragazzi, vi presento Hari, un ragazzo del NG di nuoto, grandissimo… []… mo devi sapere che quella volta… []…

Una specie di fratello che non ho mai avuto :)
Trascino il grandissimo Stipcevich al bar, devo brindare il mio primo mezzofondo e non posso farlo senza il mio nuovo mentore del fondo in loco. Lì ritrovo Jekill e signora, lo avevo perso poco dopo la partenza, sorrido pensando alle remore e titubanze di qualche giorno fa.
E’ tardi e ho il parcheggio a pagamento che scade tra dieci minuti, in questo breve lasso di tempo dico a Luca che ci si rivede presto alla 2,6 km di Sabaudia e ad alta voce mi chiedo chissà se anche Jekyll sarà dei nostri.

- Ma certo che viene, ma sì, ma dai che devi semplicemente correggere le traiettorie… []… quando misuriamo, il percorso è inevitabile che qualcosa… []… uè ragazzi, è tardi devo andare che mi aspettano a… []… è inutile, alla fine il B1, il lavoro di qualità c’ha il suo peso perchè… []… allora Hari ci si rivede presto e… []… []… []…

Ne-Waza

Una serie di highlights di lotta a terra del judo. Spiccano i soliti Koga, Yamashita e Tani.

E stavolta la colonna sonora non è malaccio, Il vecchio Blaz avrebbe apprezzato sicuramente :*)

Preghiera del delfinista

Zohan nostro
che sei nei mari
sia santificato il tuo delfo
venga il tuo stile
sia fatta la tua gambata
come in mare così in vasca
dacci oggi in nostro allenamento quotidiano
rimetti a noi i nostri recuperi come noi li rimettiamo ai nostri allenatori
non ci indurre in tentazione ma liberaci dal dorso
Amen.

Report VII Trofeo Larus Master (Viterbo)

Sono le 4:00, persino i gufi dormono, il master no. Ore 5:00 il master si è alzato, docciato, colazionato, borsonato ed è stavolta puntualissimo con l’appuntamento dato al resto dello squadrone… Barbara. Ok, non proprio un esercito ma quel che conta non è “quanti sèmo, ma CHI sèmo!”.
In meno di due ore siamo alle porte di Viterbo, città che ho conosciuto nei primi mesi di leva, l’alzataccia non ha indebolito la spocchia del ex aviere,
“Ma lo sai dove stà la piscina comunale?”
“Io conosco questa città come le mie tasche, nei due mesi alla SARVAM me la sono rigirata come un pedalino TZK!!!”
“Ma sei pro…”
“UFFFFFF, stai calma, niente ansia che ho già capito come arrivare all’impianto. Praticamente ’sta città è come se l’avessi disegnata io!!!!”
Dopo un ora di giri, richieste di aiuto a pensionati a passeggio col cane, interrogazioni a podisti mattinieri e interviste a baristi di cui solo uno residente a Viterbo riesco a trovare ’sta dannatissima piscina comunale, ponendo fine alla piccola Odissea.
L’impianto è davvero bello: piscina da 33m e spicci divisa in due dal ponte mobile, 25m per 10 corsie e il resto adibito a vasche per riscaldamento. Bello, bellissimo, tetto in legno e tutto il resto. Però noto subito una cosa che non mi piace: il ponte mobile non è molto profondo e quindi sarà un problema orientarsi a vista per le virate.
Scambio un paio di chiacchere con due master 75 incontrati in diverse gare, rinfresco il mio rispetto per chi ne ha viste  tante e rinnovo il disprezzo per i miei coetanei sedentari.
Inizio il riscaldamento, sul piano vasca saremo dodici in tutto. Penso che stavolta farò un riscaldamento come si deve, niente tonnara e relative code simil-raccordo anulare in corsia. La previsione è fedele per una ventina di minuti, mai successo. Sciolgo con un 200 SL, le braccia sono legne e vado in affanno dopo la prima vasca e mezza. Come previsto la virata è problematica: quel cavolo di ponte mobile è troppo corto, vedo il fine vasca solo quando ci sbatto il naso. Incupisco il quadro ripetendomi che ho anche dormito poco. Vabbè, ormai siamo qua e vada come vada.
Chiamata per i 50 SL.
Ai posti, VIA! Partenza buona, vado lungo, due gambate delfo che manco Zohan, la braccia non sono più troppo legne e la progressione non è troppo alta, la sto modulando. Troppo piano?? Ca*** sì, mica è un 100 questo…E SPINGI!!!
Vedo la linea nera sul fondo diventare una T, due bracciate e devo virare, accidenti adesso mi frego la gara. Decido il cambio, capriola perfetta ma la virata nel complesso viene una schifezza, tocco il bordo con le gambe piegate poco e niente: la spinta è corta. Ordino due gambate delfo sperando di riuscire a limitare il danno. Ho il cervello che galleggia in un liquor di bestemmie e smoccoli. Le braccia decidono autonome di aumentare il ritmo, stabiliscono che merito la morte per debito d’ossigeno. Ultimi 6 metri, i polmoni sono ridotti a due sacchetti per brioches strizzati, tocco.

Dietro gli occhialini graduati leggo chiaramente il display del crono: 40″29… ca**o!!!!! PB!!!! Ho potato circa 4 secondi?!?! Una volta a casa scoprirò che il miglioramento è maggiore: 4″60. ^_________________^
Esco dall’acqua e incrocio uno dei due M75 :”Eeeeh c’hai un sorriso che nun ce passi pe’ la porta, de quanto hai migliorato?”

Il tempo di asciugarmi e di volare a 50cm dal pavimento intorno al perimetro dell’impianto che chiamano le batterie dei 50 RA.
Ai posti e VAI! Tuffo, vado ancora più lungo di prima, o almeno così mi pare. Subacquea buona, emergo orizzontale come volevo. La prima respirazione è sorridente… mi dico “Imbecille, ma ti pare questo il momento di crogiolarti su un miglioramento?? CONCENTRATO, CA**O!!!”. Reindosso il musone di sempre e vado in progressione, un po’ troppo allegrotta ma ormai manca poco alla virata. I segmenti sono ben allungati e arrivo bene al tocco, viro e come al solito la fase “raccogli le braccia+gambata delfo” è ben dosata ma purtroppo la fame d’aria è fortissima prima ancora della successiva gambata rana ERGO risalgo un po’ troppo verticale e sento che mi frego del tempo. Sazio i polmoni e rivado in progressione, al ritorno sono più rigido, sto gestendo male i rinnovi d’aria e non mi allungo come dovrei DANNAZIONE. Rana è bella ma, accidenti quant’è permalosa: trascuri un’inezia e ti mette il muso per tutto il tempo. Vabbè, spingo e non penso. Arrivo al tocco un po’ mogio, leggo il tempo e… ANCORA PB!!! 50″74, limato di 3″37 ^_______________^

“Anvedi, ancora cor sorrisone eheheh, c’avessi l’anni tua!”

In un giorno di pioggia

Questo piccolo pezzo d’anima è tornato a farmi visita grazie a una chiaccherata con un amico, “In giorno di pioggia” è uno dei pezzi più belli dei Modena City Ramblers, tratto dal loro primo album “Riportando tutto a casa” (1994).

In un giorno di pioggia

s è mo laoch, mo ghile mear
Is è mo Shaesar
ghile mear
Ni fhuras fein aon tsuan as sean
o chuaigh i gcein mo ghile mear

Addio, addio e un bicchiere levato al cielo d’Irlanda e alle nuvole gonfie.
Un nodo alla gola ed un ultimo sguardo alla vecchia Anna Liffey e alle strade del porto.
Un sorso di birra per le verdi brughiere e un altro ai mocciosi coperti di fango,
e un brindisi anche agli gnomi a alle fate, ai folletti che corrono sulle tue strade.

Hai i fianchi robusti di una vecchia signora e i modi un po’ rudi della gente di mare,
ti trascini tra fango, sudore e risate e la puzza di alcool nelle notti d’estate.
Un vecchio compagno ti segue paziente, il mare si sdraia fedele ai tuoi piedi,
ti culla leggero nelle sere d’inverno, ti riporta le voci degli amanti di ieri.

E’ in un giorno di pioggia che ti ho conosciuta,
il vento dell’ovest rideva gentile
e in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti
mi hai preso per mano portandomi via.

Hai occhi di ghiaccio ed un cuore di terra, hai il passo pesante di un vecchio ubriacone,
ti chiudi a sognare nelle notti d’inverno e ti copri di rosso e fiorisci d’estate.
I tuoi esuli parlano lingue straniere, si addormentano soli sognando i tuoi cieli,
si ritrovano persi in paesi lontani a cantare una terra di profughi e santi.

E’ in un giorno di pioggia che ti ho conosciuta,
il vento dell’ovest rideva gentile
e in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti
mi hai preso per mano portandomi via.

E in un giorno di pioggia ti rivedrò ancora
e potrò consolare i tuoi occhi bagnati.
In un giorno di pioggia saremo vicini,
balleremo leggeri sull’aria di un Reel.

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"La mente e' come un paracadute: funziona solo quando e' aperta."
Frank Zappa

 

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