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Per te atleta

miguel_sanchez
Per te che sai di freddo,
di calore,
di trionfi e di sconfitte,
che no, non lo sono.
Per te che hai il corpo sano,
l’anima larga e il cuore grande.
Per te che hai molti amici,
molti nonni,
l’allegria adulta,
il sorriso dei bambini.
Per te che non sai né di gelo né di sole,
né di pioggia né di rancori.
Per te, atleta,
che traversasti paesini e città,
unendo Stati nel tuo andare.
Per te, atleta,
che disprezzi la guerra e sogni la pace.

(Miguel Sanchez)

Il vento e il tapascio

Stamattina esco per un medio di 10 km a ritmo blandissimo, cioè il solito 5.4′/km. C’e il sole e un po’ di vento, mi metto la giacchetta antivento anche perchè non è proprio caldissimo. Faccio un km di riscaldamento e arrivato sulla litoranea azzero il crono e comincio i primi 5 km di andata. Piacevole, il vento è calato parecchio e non solo perchè quando soffia nel tuo senso di marcia non lo senti tanto: le piante e le bandiere di campeggi e stabilimenti balneari sono ferme o quasi. Giusto un po’ di caldo per via della giacchetta ma basta abbassare un po’ la zip.
Arrivo alla fine dei 5 km con un intertempo di 27 min, non esaltante ma almeno non è di più, sono riuscito a tenere il ritmo voluto. Inverto la marcia per i 5 di ritorno e comincia il calvario: il dannato vento si sveglia guarda caso quando riprendo la via di casa. Alberi e bandiere adesso sembrano ballare il rock ‘n roll. E’ terribile, sicuramente non come la bora di cui parlava Mike De Petris (runner triestino conosciuto su ISA) ma nel mio piccolo di tapascio da litorale romano mi faccio il mazzo vero (più tardi verificherò che erano 14 nodi). La legge della resistenza al moto in un fluido che varia in ragione del quadrato della velocità è verissima, se mai dovessi dubitarne mi ricorderò di questa bella mattinata. A metà del ritorno mi accorgo di aver assunto una posizione inclinata in avanti ed un po’ arcuata, la stessa di Sisifo stanco dei troppi straordinari. La lingua ormai è per terra, le allucinazioni si fanno più verosimili – penso che è il momento di strambare e cazzare la randa è ancora compito mio. Maledicendo Eolo o chi per lui affronto l’ultimo km con lo stesso spirito delle vecchie gare di judo fatte qualche anno fa: stringo la presa e tiro fino a morire. Chiudo quasi morto il giro con pietoso 55′,47” e con un bel cerchio alla testa. Camminando verso casa incrocio un signore col beagle al guinzaglio che mi fa ” ‘Ngiorno, ‘na bella corsetta fresca eh? Proprio quello che ci vuole co ’sta bella giornata!”

Tornare

E’ sera in pineta. L’afa è stanca a quest’ora, ha lavorato tutto il giorno e adesso si riposa dandomi un po’ di tregua. Inizio il riscaldamento, allungo i muscoli delle gambe facendo attenzione in particolare alla caviglia sinistra. Non voglio indispettirla, lei che è stata così permalosa ed offesa per tutti questi mesi, quattro mesi, come una fidanzata rancorosa che non si sente capita. Dolcemente, lentamente, non mi insegue nessuno se non un timido venticello di tramontana che tanto ho invocato giorni prima.

“Oh quanto tempo che non ti si vedeva!Che fine avevi fatto?” mi dice Paolo che porta a spasso i cani a quest’ora più tranquilla. Spiego rapidamente della pausa di riflessione presa dal tendine, vado di fretta, non mi insegue nessuno ma c’ho prescia di farmi di nuovo una bella sudata. Congedo l’amico con un ciao, un sorriso e vado. Cronometro resettato, obiettivo modestissimo: un solo giro del perimetro, 2.8 km. Poco, pochissimo, poco più di niente, prima dell’infortunio era la distanza che facevo per scaldarmi ma adesso è tempo di umiltà e gratitudine per la ripresa tutto sommato rapida e completa. Parto, calmo e rilassato, tap tap, il tapascio inizia il concerto col terreno. Tap tap, trecento metri ed il respiro un po’ affannoso si unisce alle ritmiche, subito dopo arriva il sudore scusandosi di averli fatti iniziare senza di lui. Adesso il vento è appena più forte ma non basta a coprire il suono del tap tap. Diavolo, sto correndo, non me lo sto sognando. La caviglia è in pace con se stessa, mi lascia libero di fare, non accena la minima stizza e si gode lo spettacolo. Il cuore fa bum, contento di aver ritrovato il vecchio amico tap, e adesso che faccio? Piango?!?! No no, è solo il sudore che rivola dalla fronte agli occhi, però una lacrimuccia ci starebbe tanta è la gioia. Sono a metà giro, il sole alle spalle, comincio il tratto di salitella assieme alla compagna ombra lunghissima che pare dirmi “ben ritrovato vecchio, ma fa con calma!”. Le sorrido come un matto che parla all’amico immaginario, tap tap, la salita è più ripida di come la ricordavo. Il terreno non è cambiato tanto, c’è sabbia ma anche terra e tanti aghi di pino che mi rendono l’appoggio stabile e sicuro. Tap tap, ultimo chilometro in piano, le gambe dure e pesanti, si affaccia la tentazione di forzare aggiungendo un altro chilometro al modesto giro, tap tap tap, il buonsenso irrompe nella sinfonia con un assolo di una ventina di secondi: si stoppa il tutto alla fine del giro e basta, niente discussioni. Peccato, le endorfine stavano facendo capolino :”Ragazze, stasera no! Abbiate pazienza!”. Ultimi cento metri, taptaptaptap, tiro un po’ alzando il ritmo, il fiato è quasi finito, ce ne sarebbe appena per un’altro chilometro scarso ma non sgarro. Stoppo il crono, sbuffo e stantuffo, asciugo il sudore sulla faccia e mi decido a guardare quanto ho fatto: 16′:10” cioè 5.8 min/km. Ritmo indegno senza discussioni ma il punto è che sono lì sudato, le scarpe sporche di terra e piene di aghi di pino, a camminare con le mani ai fianchi e il capo chino a pensare che domani si nuota e basta sennò il recupero rischia di andare a farsi benedire, a pensare che ho perso tutto il fiato di un tempo e che ho un sacco di lavoro da fare per tornare come ero prima eppure non potrei essere più felice di così perchè oggi ho ricomnciato a correre e posso pure farmelo un pianterello tanto non mi vede nessuno.

Velocità o resistenza?

Spesso si sente parlare di atleti portati per la corsa di resistenza piuttosto che per la velocità e una volta tanto non sì è in presenza di uno dei tanti luoghi comuni che ci ammorbano quotidianamente. Lo studio della fisiologia umana rende lecita la divisione degli sportivi in due macrocategorie: atleti “resistenti” ed atleti “veloci”. Questa divisione, che ad alti livelli agonistici è netta, è dovuta dal tipo di cellule che costituiscono i muscoli. Principalmente sono tre le tipologie di cellule muscolari. Il tema è molto complesso e per semplificare occorre dare qualche definizione.

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Cellula muscolare e fibra muscolare sono la stessa cosa. Per unità motoria si intende l’insieme delle cellule muscolari innervate dallo stesso motoneurone (nervo motorio che da il comando di eseguire il movimento) e del motoneurone stesso. Ciascun muscolo è innervato da più motoneuroni.
Le fibre muscolari hanno tre proprietà:

Proprietà contrattili: l’insieme delle caratteristiche morfo-fisiologiche che rendono possibile la contrazione muscolare, basate sull’analisi delle proteine componenti la “meccanica” del muscolo (velocita di scissione dell’ATP, sezione delle fibre)

Proprietà nervose: basate sulle caratteristiche dei motoneuroni come la soglia di eccitazione delle fibre e i tempi di contrazione involontaria (tetania)

Proprietà metaboliche: riguardano le “qualità” citoplasmatiche vale a dire la presenza di enzimi e organelli preposti alle trasformazioni energetiche. La centrale elettrica della cellula isomma. In queste proprietà rientra anche il livello di capillarizzazione/vascolarizzazione.

Basandosi su queste 3 proprietà si distinguono 3 tipi di fibre:

a) Fibre lente: dette anche fibre di tipo I o rosse, hanno elevate capacità di tipo ossidativo (molti mitocondri, enzimi della via aerobica), sono molto vascolarizzate, ma hanno scarse capacità contrattili (si contraggono lentamente e non producono una grossa quantità di forza) hanno la capacità quindi di produrre molta energia, anche se diluita nel tempo. I maratoneti e gli atleti delle discipline di fondo hanno una grossa quantità di percentuale di queste fibre nei muscoli.

b) Fibre veloci: dette anche fibre di tipo IIb o bianche, hanno scarse proprietà metaboliche, sono poco vascolarizzate ma hanno grande capacità contrattile, in particolare sono adatte a produrre intensi picchi di forza in brevissimi istanti. Solo le fibre tipiche degli atleti da prestazione “esplosiva”: centometristi, saltatori, lanciatori cioè di quegli atleti che devono concentrare molta forza in tempi molto brevi.

c) Fibre intermedie: dette anche di tipo IIa, come fa intuire la parola hanno capacità intermedie tra quelle veloci e quelle lente. E’ da ricordare però che riescono ad adattarsi particolarmente agli stimoli allenanti; cioè riescono ad “acquisire caratteristiche simili” a quelle lente o veloci in base all’allenamento a cui sono sottoposte. Ad esempio, un maratoneta avrà delle fibre intermedie che avranno, in proporzione, caratteristiche di tipo ossidativo maggiori di quelle contrattili e glicolitiche. Si pensa addirittura che negli atleti di fondo siano le fibre maggiormente soggette a riempirsi di mitocondri, glicogeno e trigliceridi.

In realtà c’è un quarto tipo di fibra di recente scoperta:
Fibre IIc: maggiormente presenti in atleti che non hanno ancora sviluppato il potenziale motorio, cioè i giovanissimi. Queste fibre sono presenti in quantità comunque minore rispetto le altre (1%) quindi hanno un’influenza trascurabile. Il loro destino è mutare in veloci o lente in funzione dell’allenamento.

In linea di massima si nasce con un certo numero di fibre lente piuttosto che veloci e sempre in linea di massima un allenamento mirato può mutare un certo numero di fibre intermedie in fibre lente. L’allenamento può cambiare alcune proprietà delle fibre, tra cui quelle metaboliche e contrattili, ma non quelle nervose. In altre parole “sembra” che con l’allenamento si riescano a modificare la tipologia di enzimi, il grado di vascolarizzazione, le proteine contrattili (miosina) all’interno della fibra, ma non il motoneurone che le innerva (proprietà nervosa). La confusione di oggi quindi deriva dal fatto che se consideriamo una fibra per le qualità contrattili e metaboliche allora può subire variazioni (della tipologia) in seguito all’allenamento, ma se invece consideriamo quelle nervose no.
Per conoscere la propria percentuale di fibre veloci, lente ed intermedie si fa una biopsia muscolare che consiste nel prelievo di un piccolissimo frammento di muscolo dal quale di ricava la ‘conta’ delle fibre.

Tapis-roulant o Correre?

Questa è la riesumazione di un mio vecchio post sul newsgroup it.sport.atletica. Premetto che considero il tapis roulant (o treadmill) comodo SOLO per fare le visite mediche per attività agonistica, ho sempre trovato scomode le pedane a gradini. Comunque al di là delle mie opinioni personali vediamo quali differenze oggettive ci sono tra la corsa vera e il surrogato da palestra.

a) Correre sul tapis è più semplice: una volta trovato l’equilibrio giusto, cioè il modo di distribuire i propri pesi in movimento si ha a che fare con l’elasticità del tappeto che è assente in strada, sullo sterrato ed in pista. Persino quella sintetica è più rigida. Non c’è aria in movimento che oppone una resistenza variabile al moto del corridore. Quindi a parità di ritmo di corsa sul tapis lo sforzo è minore. E’ possibile, grazie a degli automatismi programmabili ormai presenti su tutte le macchine, inserire delle variazioni di pendenza durante l’allenamento ma in questo modo si altera lo stile della corsa e non so se questo sia un bene in quanto innaturale.

b) Come già detto il tappeto è elastico e questa caratteristica può essere causa di infiammazioni a ginocchia e tendini di Achille e cioè l’incubo di qualsiasi runner, agonista o no. Se non si è perfettamente adattati a tale elasticità possono comparire indolenzimenti da affaticamento durevoli diversi giorni.

c) La vera differenza tra corsa vera e corsa simulata è che inquest’ultima manca la spinta in avanti: il corridore deve solo opporsi allo scorrimento all’indietro del tappeto, così facendo fa lavorare di più i quadricipiti ( la gamba deve sollevarsi maggiormente) e per evitare lo strisciamento del piede tende a sollevarlo di più facendo lavorare a maggiormente i muscoli tibiali anteriori. Si ha così un senso di affaticamento superiore che viene metabolizzato dopo un certo transitorio di adattamento innaturale seppur mantendo un più basso dispendio energetico rispetto la corsa vera.

d) Programmare un buon allenamento col treadmill è difficilissimo per non dire impossibile parlando di atleti non principianti. In particolare è inadatto per gli allenamenti veloci del mezzofondo dato che non si può andare oltre i 20 km/h, basti pensare a delle ripetute 300-400-500 m. Anche per la maratona lo considero inadeguato, inoltre fatico ad immaginare un runner che “tapirula” anche solo per 2 ore senza che gli venga a noia il tutto. Come già detto c’è sempre la questione del dispendio energetico che è più basso e verrebbe quindi a mancare lo scopo fondamentale del lungo e/o lunghissimo.

e) Correndo al chiuso davanti ad un muro o, peggio ancora, davanti alla TV viene a mancare uno dei punti cardine della corsa all’aperto: la fortificazione del sistema immunitario che solo le condizioni variabili dell’aperto garantiscono.

f) Infine “correre” sul tapis-roulant è diverso dal correre veramente come ascoltare la suoneria monofonica di un telefonino è differente dall’assistere ad una esecuzione live del Concerto per Pianoforte e Orchestra n. 3 in Re minore op. 30 di Sergej Rachmaninov. In parole povere sul tapis manca la componente ludica, manca il viaggio più antico mai fatto, manca il vento che esiste solo per te che corri, manca la sorda ritmica delle suole sul fondo, manca il sole che ti fissa per vedere se ce la fai, manca il traguardo che solo tu varchi e tu solo festeggi dentro di te, sicuro che non troverai mai una droga capace di anche solo di imitare queste sensazioni che hai irrimediabilemente fissate nella memoria. Manca tutto quello che si chiama corsa.


"La mente e' come un paracadute: funziona solo quando e' aperta."
Frank Zappa

 

Novembre: 2009
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